Facebook e Privacy: perché ci spaventa solo ora?

“Se vuoi mantenere un segreto, devi nasconderlo anche a te stesso”

Nel fine settimana scorso, Guardian e New York Times hanno pubblicato una serie di articoli che dimostrano l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online che si chiama Cambridge Analytica.

La società fondata nel 2013 da Robert Mercer, è specializzata nel raccogliere dai social network i dati sui loro utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e così via. Queste informazioni sono poi elaborate da modelli e algoritmi per creare profili di ogni singolo utente.

Immaginate la classica situazione per cui andate sul sito di Amazon, cercate un prodotto, poi passate a fare altro e all’improvviso vi trovate su un altro sito proprio la pubblicità di quel prodotto che eravate andati a cercare. Ora moltiplicate questo per milioni di utenti: il risultato sono miliardi di piccole tracce, che possono essere messe insieme e valutate.

Ma cosa c’entra Facebook?

Nel 2014, Aleksandr Kogan, realizzò un’applicazione che si chiamava “thisisyourdigitallife”, una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi utilizzando Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito senza la necessità di creare nuovi username e password, utilizzando solo una verifica controllata da Facebook. Tre anni fa circa 270mila persone si iscrissero all’applicazione di Kogan permettendo all’applicazione di raccogliere i dati sulle reti di amici dei 270mila suoi iscritti e arrivando quindi a memorizzare informazioni di vario tipo su 50 milioni di profili Facebook. Fino a qui tutto ok. Nessuna violazione. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Per i trasgressori sono previste sanzioni come la sospensione degli account, che in questo caso è arrivata molto tardi.

Ma perchè tanto rumore?

Ovviamente lo scalpore è generato dalle implicazioni politiche dell’intera vicenda. Il sospetto è che l’azienda abbia in qualche modo facilitato il lavoro della Russia per fare propaganda contro Hillary Clinton e a favore di Trump. Nell’estate del 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale. Furono usate grandi quantità di account fasulli gestiti automaticamente (“bot”) per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton, modulando la loro attività a seconda dell’andamento della campagna elettorale.

Utenti o Utonti?

La tecnologia è una cosa bellissima. Ci aiuta a vivere meglio, a organizzare le nostre relazioni, ci fa risparmiare tempo e soldi, ci guida da un punto A a un punto B. Pensate, il nostro smartphone sa più cose di noi del nostro migliore amico. Insomma, dove lo troviamo un compagno di vita così? Un solo, piccolo, device che comunica secondo per secondo con la nostra automobile, con la nostra casa, il nostro tv e persino il nostro frigorifero. Che meraviglioso patrimonio di informazioni! Ma il punto è che io posso scegliere consapevolmente di far custodire i miei dati a qualcuno, così come faccio con i miei risparmi e gli oggetti di valore. Scelgo io se tenere la cassaforte in casa oppure depositare tutto in banca.

Siamo ignoranti, perché ancora non abbiamo capito quanto valore abbiano davvero i nostri dati.

Ci propongono l’iscrizione a Facebook gratuitamente, così come gratuitamente utilizziamo Google. Se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non profilarci, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?

Il vero business model dei social network siamo noi, le tracce che lasciamo quando navighiamo, consumiamo, visualizziamo o clicchiamo inserzioni. Quindi ben ci sta. Abbiamo scelto di essere abitanti di questo posto che si chiama Internet e non cittadini. La differenza tra queste due parole la capisce anche un bambino.

Possiamo ancora rimediare ai nostri danni?

È inutile, adesso, criminalizzare gli effetti. Parlare di pericolo, di dati rubati, eccetera. Andiamo ad indagare le cause, facciamoci delle domande. La prima lezione a Facebook e ai capi del web la sta dando il mercato: quasi 50 miliardi di dollari bruciati in Borsa in meno di 48 ore. Ma sapete perché Facebook non fallirà mai? Perché il web è abitato ormai da miliardi di utenti che in realtà sono utonti, gli scemi digitali, ignoranti e inconsapevoli del danno enorme che hanno fatto e fanno ogni giorno.

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